
Mi dispero nel vederti sacrificio di quel maschio a cui ti sei affidata con tanto amore. Ti ho vista offrirgli affetto, comprensione, amicizia, compagnia e in breve tempo, accorciare tu stessa la corda con cui lui ti teneva legata a sé, scambiandola per amore, ne facevi una bizzarra collana da mostrare agli altri.
Come eri bella figlia mia, figlia di ogni madre addolorata.
Bellissima. Giovane, vitale, sorridente. Ancora bambina e custode di sogni innocenti.
Immaginavi ll tuo principe, (tuo principio di nuova vita come donna), accompagnarti in un luogo nuovo ed eccitante, dove offrire corpo e anima alla ricerca dell’unità elettiva, a cui spesso aneliamo in un rapporto di coppia.
Ti vedevo invulnerabile e pensavo, come si può fermare la volontà di una donna che vuole ad ogni costo amare e onorare l’uomo che ha scelto?
Ti vedevo e mi sentivo triste come madre, perché riconoscevo in te l’infinita fiducia di cui siamo dotate noi donne, una fiducia che accecava purtroppo la vera natura violenta del tuo uomo.
Quando ho visto la corda che vi univa, diventare anche una corona di spine, io soffrivo per te e per la mia incapacità di disilluderti, soffrivo per la frustrazione di non averti passato abbastanza forza per poterti difendere adeguatamente. Dei miei cromosomi di donna hai ereditato memorie di soprusi e ingiustizie, a cui, ognuna di noi, ha risposto con la forza del perdono e della speranza. Con l’amore. Ma dentro noi donne c’è purtroppo il ricordo della paura. Del timore. Della diffidenza. Sicuramente non della violenza, perché la violenza si chiama maschio. Non si chiama uomo, né donna e neanche femmina.
La violenza Si chiama maschio, educato o maleducato, ricco o povero ma nemico dell’amore. Tifoso del possesso. Egoista, narcisista, anaffettivo, sadico, spietato. Riprovevole feccia. Figlio di madre disgraziata. Figlio di una civiltà ferita e triste, figlio da rinnegare e annientare per sempre.
Mi sento devastata dalla sofferenza perché quando ho provato a salvarti e allontanarti dalle sue sudicie e crudeli intenzioni, le nostre mani non sono riuscite ad afferrarsi e il nostro destino è stato segnato dalla nostra impotenza.
Non soltanto dalla mia e dalla tua ma anche dall’impotenza di tuo padre, dei tuoi fratelli e sorelle, zii e zie, nonni, amici, amiche.
Ora è il tempo. L’impotenza è scesa nella coscienza di tutti e reclama vendetta.
Reclama giustizia.
Reclama e urla addolorata la fine del femminicidio.
Reclama il risveglio dell’umano sentire, il bisogno di un cambio generazionale e di specie.
Lo dobbiamo a tutte noi e a tutti noi.
Dal più profondo della nostra pancia e dalle viscere del nostro pianeta noi chiediamo la fine di questa violenza, la fine di questa ferocia perpetuata, la fine del “genere” di esseri incompleti e spietati.
Io reclamo il RISPETTO e la buona convivenza. Io esigo la fine della violenza, la violenza sulle donne e sui fragili.
Io mi auguro un mondo in PACE.
Io reclamo L’AMORE.
(Es’Eker-et)
